La tecnologia distruggerà milioni di posti di lavoro ma non in Italia, ecco perché


La tecnologia semplifica la vita ma rischia di distruggere la società. Come? Semplice, più va avanti il progresso meno unità lavorative servono con aumento della disoccupazione, della povertà e, dunque, del malessere globale.

È l’analisi, tra le molte in circolazione, di Marta Fana, economista, dottoranda di ricerca in economia all’Istituto di studi politici di Parigi, secondo la quale la rivoluzione tecnologica porterà, solo in Gran Bretagna, alla distruzione di 15 milioni di posti di lavoro.

tecnologia posti di lavoroLa trasformazione tecnologica del lavoro, del resto, è già in atto: le macchine sostituiscono le persone agli sportelli delle banche o ai caselli autostradali o al bancone del ristorante e ogni anno che passa servono unità lavorative in meno. Certo, ci sono anche i positivisti secondo i quali l’apocalisse tecnologica annunciata si è già registrata quando le macchine hanno sostituito per decenni le persone nelle fasi precedenti dell’industrializzazione.

Una fase di distruzione a cui, però, ne è seguita un’altra di creazione di nuovi posti di lavoro. Insomma, siamo sopravvissuti alla prima, seconda e terza rivoluzione tecnologica perché non potremmo sopravvivere anche alla quarta e alla quinta?

Stando alle analisi pubblicate fino ad oggi, secondo la ricercatrice Fana, appare evidente che la quarta e soprattutto la quinta rivoluzione tecnologica toglieranno più lavoro di quanto ne produrranno. Fino ad oggi le rivoluzioni industriali hanno aperto spazi a nuovi mestieri, lavori, mentre ciò che sembrerebbe oggi è che quello spazio espansivo potrebbe contrarsi.

Su questo aspetto, però, bisogna fare attenzione agli accostamenti tra realtà diverse. Ad esempio tra Gran Bretagna e Italia. In Inghilterra, infatti, i settori esistenti sono più soggetti alla robotizzazione. In Italia, invece, persistono settori in cui la robotizzazione è molto difficile. In Italia, quindi, gli effetti negativi sull’occupazione potrebbero essere – almeno in una prima fase – meno pesanti rispetto alla Gran Bretagna, date le differenze delle due strutture produttive.

La bassa produttività del lavoro in Italia, in sostanza, non sarebbe dovuta alla rivoluzione tecnologica ma alla riduzione dei giovani che lavorano passati in pochi anni dal 41 al 22% sul totale degli occupati. C’è dunque un ridimensionamento dei giovani, “energici e innovativi”, che spiegherebbe la bassa produttività del lavoro in Italia.

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